Intervista Prof. Maurizio Taglialatela

Professor Taglialatela, può raccontarci della sua esperienza come membro della giuria del Prix Galien?

Ho avuto il piacere e l’onore di far parte della giuria di selezione del Prix Galien negli ultimi cinque anni, su invito di Springer Healthcare Italia e del professor Canonico. Devo ammettere che inizialmente non ero a conoscenza di questa manifestazione, ma ho subito apprezzato la sua vivacità e il livello di competizione tra le aziende partecipanti. Il premio copre diverse aree, dalle nuove molecole ai progetti innovativi, e ogni anno vediamo candidati di grande valore. Questo è un segnale positivo per il settore farmaceutico, che dimostra grande vitalità e capacità di innovazione.

Quali sono, secondo lei, le sfide principali nel rapporto tra il mondo farmaceutico e l’università?

Una delle maggiori difficoltà è che spesso le aziende farmaceutiche non riescono a valorizzare adeguatamente la ricerca accademica in Italia. Le filiali locali delle aziende hanno poco margine di manovra e devono fare riferimento alle case madri, il che limita la possibilità di sviluppare progetti innovativi con i ricercatori italiani. Inoltre, le direzioni mediche locali, ormai depotenziate, non riescono a proporre iniziative di ricerca significative, il che porta a una perdita di opportunità di collaborazione con il mondo accademico. Questo soprattutto nel settore preclinico (sia in fase pre- che post-registrativa) dove l’Università italiana potrebbe dare contributi importanti.

Ha avuto esperienze dirette in merito?

Sì, ho vissuto episodi in cui, nonostante l’interesse di alcune direzioni mediche, i progetti non sono stati portati avanti perché le decisioni vengono prese esclusivamente dalle sedi centrali. Ricordo, per esempio, un caso in cui avevamo proposto un progetto di ricerca su un farmaco già in commercio, il cui meccanismo d’azione ne faceva ipotizzare una potenziale efficacia anche in aree terapeutiche distanti da quelle in cui il farmaco era stato già approvato. Proponevamo studi in modelli preclinici per verificarne l’efficacia. La proposta era solida e con costi relativamente contenuti, ma non venne accettata (e forse neanche valutata!) perché l’azienda non voleva investire al di fuori della propria area terapeutica principale. Questo dimostra come un focus eccessivo sul prodotto faccia perdere obiettivi potenzialmente importanti in aree terapeutiche diverse; questo è contrario alle recenti evidenze di comuni meccanismi eziopatogenici in malattie ad espressione fenotipica molto diversa tra loro.

Lei ha recentemente ricevuto la delega all’integrità della ricerca presso il suo ateneo, l’Università degli Studi Federico II di Napoli. Quali sono le sue priorità in questo ruolo?

La mia priorità è aggiornare il regolamento di ateneo sull’integrità della ricerca, che risale al 2015. Dal momento che credo che molte delle deviazioni che vengono rilevate in tale ambito derivano da un uso errato dei parametri bibliometrici, vorrei che si ponesse maggiore enfasi sulla qualità della produzione scientifica, anziché limitarsi a criteri quantitativi come l’H-index o il numero di pubblicazioni e citazioni. Trovo che il sistema attuale spinga i ricercatori a produrre il più possibile senza un adeguato controllo della qualità. Inoltre, intendo affrontare il problema dell’uso improprio dell’intelligenza artificiale nella produzione scientifica e il rischio di frodi, un tema sempre più attuale.

Quali sono, secondo lei, le maggiori minacce all’integrità della ricerca oggi?

Oltre alla pressione per pubblicare sempre di più, uno dei problemi principali è l’utilizzo non etico dell’intelligenza artificiale, che può generare articoli di scarsa qualità o addirittura falsificati. Inoltre, c’è un problema legato ai repository di preprint: molte persone non comprendono che un preprint non ha superato il processo di peer review e lo considerano erroneamente un articolo pubblicato. Questo può avere implicazioni serie sulla diffusione di informazioni non verificate.

Lei ha trascorso diversi anni all’estero per la sua formazione e ricerca. Può raccontarci qualcosa di questa esperienza?

Certamente. Ho trascorso sette anni negli Stati Uniti presso il Baylor College of Medicine di Houston, in Texas, dove ho perfezionato le mie competenze in farmacologia molecolare ed elettrofisiologia. Successivamente, ho svolto un anno sabbatico a Bilbao, nei Paesi Baschi, per approfondire nuove tecniche di ricerca. Più di recente, ho avuto un’esperienza come visitingprofessor presso lo Shanghai Institute of Materia Medica in Cina, dove ho collaborato su progetti di ricerca innovativi. Queste esperienze internazionali sono state fondamentali per la mia crescita scientifica e mi hanno permesso di sviluppare collaborazioni con gruppi di ricerca di eccellenza in tutto il mondo, e mi auguro di poterle continuare in futuro.

Può parlarci della sua attività di ricerca oggi?

Mi occupo principalmente di farmacologia molecolare, con un focus sui canali ionici e le proteine di membrana, che regolano l’eccitabilità cardiaca e neuronale. Ho studiato le basi genetiche di alcune encefalopatie epilettiche e mi sto attualmente concentrando sullo sviluppo di nuovi farmaci mirati per il trattamento dell’epilessia. Grazie a progetti competitivi prevalentemente internazionali, collaboriamo stabilmente con gruppi di ricercatori europei per lo screening di librerie di farmaci già approvati, alla ricerca di nuovi meccanismi d’azione. È un campo di ricerca molto stimolante e con implicazioni cliniche rilevanti.

Grazie per il suo tempo, Professore. C’è qualcosa che vorrebbe aggiungere?

Data anche la platea dei lettori della vostra rivista, vorrei sottolineare l’importanza di creare un dialogo più aperto tra il mondo accademico e l’industria farmaceutica. Il Prix Galien è un’ottima occasione per mettere in evidenza le eccellenze nel settore, ma sarebbe utile che le aziende si impegnassero maggiormente nel valorizzare la ricerca condotta nelle università italiane. Solo con una maggiore sinergia potremo davvero fare la differenza in termini di innovazione e progresso scientifico.

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